
Il territorio comunale di Lucca Sicula si presenta come una regione eminentemente collinare, con i! versante orientale che degrada dolcemente verso il fiume Gebbia-Magazzolo ed il versante occidentale verso il fiume Verdura. Fino agli anni sessanta il paesaggio dominante era del tipo monoculturale, dovuto alla presenza dei seminativi in asciutto. I terreni prevalentemente argillosi, venivano coltivati a grano duro, alternati a leguminose da granella. In prossimità del centro abitato si riscontravano i seminativi arborati, generalmente consociati con piante d'ulivo o più raramente di mandorlo. In tutto il territorio comunale ed in quello in possesso dei lucchesi, non esistevano insediamenti sparsi, anche quei complessi immobiliari piuttosto interessanti, che presentavano una certa consistenza, erano abitati saltuariamente, in funzione delle attività lavorative stagionali di un certo spessore come la semina o la mietitura. L'accentramento urbano era soprattutto dovuto a fattori di ordine storico, geografico, economico e sociale e per esigenze di sicurezza e difficoltà di approvvigionamento idrico, insufficienza delle vie di comunicazione e di servizi sanitari e sociali.
Il centro rurale comunale era stato situato in posizione dominante di pendio, attorno alla chiesa Matrice, dove si addossavano le vie strette urbane. In posizione centrale troviamo le abitazioni dei proprietari terrieri, gli edifici pubblici e religiosi. Accanto a questi il quartiere dei coltivatori in proprio [burgisi], quindi le case dei braccianti (jurnateri), con piccole case allineate lungo le strade. Infine, in periferia, ci sono le abitazioni dei pastori con le loro mandrie e le pagliere.
L'attività agricola del contadino lucchese veniva svolta in condizione di pendolarità, in quanto preferiva vivere in un insediamento accentrato, per cui nelle campagne aveva bisogno di dimore temporanee o ricoveri. Nel nostro territorio non estivano case d'insediamento permanente, dove il contadino viveva abitualmente in campagna, ma era alquanto diffusa la casa-ricovero, che in qualche caso, specialmente quando il fondo da raggiungere distava parecchio dal centro abitato, diventava dimora estiva. Per evitare spreco di tempo e di energie, nel periodo estivo, che andava da giugno a settembre, qualche contadino portava con sé tutta la famiglia e gli animali domestici, ricevendo in cambio aiuto nella lavorazione dei campi.
Dette dimore variavano secondo la dimensione del fondo, del tipo di ordinamento colturale e delle possibilità economiche del proprietario. Generalmente erano molto piccole e presentavano una pianta rettangolare, del tipo unicellulare, cioè costituite da un unico vano. Le pareti erano realizzate in muratura di pietrame calcareo irregolare, posto in opera con malta di gesso o taju (polvere di pietra gessosa impastata con l'acqua), senza intonaco esterno e con le pareti interne intonacate con malta di gesso. Il tetto presentava un unico spiovente, nel senso del lato più corto ed era realizzato con travi in legno posti ad un interasse di circa settanta centimetri, sopra le quali veniva adagiata la cannizzata con soprastante manto di gesso, su quest'ultimo venivano poggiate le tegole curve o canala. Vi era un'unica porta d'ingresso, generalmente sul lato più corto ed un'unica piccola finestra quadrangolare, collocata sul lato più lungo, che serviva ad assicurare il ricambio dell'aria e l'illuminazione del vano.
Finestra Esempio di tetto a "cannizzata" in contrada Mailla
Esempio di tetto a "cannizzata" in contrada Mailla
Subito dopo l'ingresso, in un angolo, veniva realizzata la Juttena, una sorta di panca in muratura, intonacata con malta di gesso e su cui veniva posto un pagliericcio, riempito di paglia di frumento o di avena che serviva per dormire la notte o per riposare durante il giorno, quando in estate la calura diveniva insopportabile. Accanto a questa era posta un'altra juttena per il deposito dei basti degli animali. In un altro angolo era collocato il focolare (cufilaru), dove veniva cotto o riscaldato il cibo (cumpanaggiu).
esempio di "cufilaro" in contrada Mailla esempio di "cufilaro" in contrada Mailla
Juttena e Bastiario Juttena-Armadio a muro-Bastiario esempio di "posu" in contrada Mailla
A fianco della juttena veniva ricavato un incavo nel muro, che fungeva da armadio a muro, con dei ripiani in legno per il deposito delle derrate e delle stoviglie, in basso veniva collocata una pietra calcarea, provvista di alloggiamenti opportunamente scavati, dove venivano collocati i contenitori dell'acqua potabile (quartare). Le posate venivano conservate all'interno di una zucca svuotata e seccata, che veniva appesa al soffitto con una cordicella di zabbarina, realizzata con foglie di palma nana intrecciate. La parte opposta veniva destinato al ricovero degli animali, lungo il lato più lungo del muro veniva realizzata la mangiatoia.
Mangiatoia Pavimento stallla
interno di abitazione rurale in contrada Mailla esterno di casa rurale in contrada Mailla
Prima dell'avvento del cemento, i leganti usati nell'edilizia, erano il gesso e la calce. Il materiale più utilizzato, anticamente, nel nostro territorio era il gesso, il quale, a differenza della calce, non aveva bisogno di essere miscelato con altro materiale inerte; per essere impiegato bastava aggiungere solamente dell'acqua per formare un corpo solido, prendendo subito una buona consistenza, anche se presentava minore resistenza nel tempo alle intemperie dell'aria e dell'umidità. Il gesso veniva ricavato dalla cottura del solfato di calcio (pietra calcarea), che si trovava in abbondanza in tutto il territorio comunale. La pietra veniva estratta per mezzo dei paletti di ferro dalle cosiddette pirrere (cave), veniva caricata sui basti degli asini (scecchi di ghissaru) e trasportata alle locali fornaci (carcare). La carcara o fornace era un immobile alquanto semplice, costituito da un fabbricato, generalmente terrano, realizzato in pietrame calcareo, con tetto di copertura a falda ricoperto di tegole curve o canala. A fianco si posizionava la fornace, che veniva realizzato a tronco di cono, con una base di circa tra metri di diametro, che veniva alimentato con legname (ramaglia), paglia o pula.
Fornace Riggio
La pietra calcarea veniva accatastata dentro il forno, formando un cumulo su cui veniva posizionato il combustibile a cui veniva appiccato il fuoco, per cui la pietra veniva cotta con fiamma diretta. Il modo migliore per cuocere la pietra da gesso era quello di iniziare con un calore moderato per eliminare l' umidità contenuta, per poi aumentare gradatamente il fuoco fino alla temperatura di 170°, per circa 10 ore, per ottenere una buona cottura del gesso. Questa cottura innestava un processo chimico di calcinazione (disidratazione del materiale), durante il quale il materiale veniva portato ad una temperatura elevata, ma più bassa del punto di fusione del materiale, in modo da eliminare tutti i componenti volatili.
Dopo la cottura il materiale subiva la fase di raffreddamento, che poteva durare fino a 24 ore, a secondo della stagione. Dopo di che, a colpi di mazza, veniva grossolanamente macinato (mazziato) e vagliato con setacci (crivi), la pietra grossolana veniva ulteriormente macinata. Dopo avere proceduto alla mazziatina, il gesso così ottenuto veniva insaccato, caricato sugli asini e trasportato in paese per la commercializzazione o nei luoghi d'impiego.
Giunto in cantiere per l'impiego, veniva miscelato semplicemente con dell'acqua, per cui aumentava considerevolmente di volume. Veniva adoperato per la rasatura e sarcitura della muratura, da connessione tra materiali che presentano una certa porosità e spesso anche per intonacare.
Altro materiale usato era la calce, che veniva prevalentemente adoperata per la realizzazione dei fabbricati della classe più abbiente, per i fabbricati di una certa importanza e non certo per i fabbricati rurali. La calce quale materiale di costruzione si presentava in due forme chiamate: calce viva, fortemente idraulica (ossido di calcio) e calce spenta (idrossido di calcio). La materia prima per la sua produzione, era fornita dal calcare, roccia sedimentaria ricca di carbonato di calcio. Il materiale estratto da apposite cave, frantumato grossolanamente veniva cotto in appositi forni o fornaci a una temperatura che andava da 800° a 1000° e per una diecina d'ore.
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