I Patti Agrari

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                       DA ALCUNI APPUNTI DEL 1979-80, RITROVATI, RIVISITATI ED AGGIORNATI

Si ringraziano i signori: Giaidone Salvatore nato l' 08.11.1890 e deceduto il 12.07.1983; Puccio Antonio nato il 10.12.1908 e deceduto il 13.11.2003; Montalbano Antonino nato il 20.02.1900 e deceduto il 30.05.1994; Cucchiara Stefano nato il 17.02.1930; Vaccaro Salvatore nato il 02.01.1925.  Si ringrazia, in particolare, il giovane Vito Locascio per averci fornito i seguenti documenti: Agenda del 1925, ricevute di pagamento di gabella, stipula atto notarile del 1911 tra Alessandro Tasca principe di Cutò e suo bisnonno Locascio Vito e delibere del 1892 e 1895.

I Patti Agrari

II feudo, con la sua estensione, dominava il mondo rurale, centinaia di salme di terreno con un unico insediamento stabile ( li casi di lu fegu), ubicato in posizione strategica. Li casi di lu fegu erano formati da: magazzini, stalle, granai, abitazioni per i dipendenti, e, là dove esisteva, c'era il piano nobile riservato al padrone. (Esempio : casi della Salina, del Cannatello, Timpirossi, ecc. ecc.). La monocoltura cerealicola, associata all'allevamento, era il sistema che bastava a finanziare l' agiata vita nei palazzi di città della nobiltà terriera. Per questa, l'unica preoccupazione era ridurre all'essenziale la propria presenza nei luoghi di produzione, delegando altri alla conduzione del feudo e al mantenimento del proprio potere. L' assenteismo sistematico e le crescenti necessità economiche della nobiltà terriera eliminarono la possibilità di modernizzare i mezzi di produzione, di adottare nuove strategie colturale, di investire nuovi capitali che avrebbero apportato rese maggiori di grano e quindi meno fame per la popolazione. Rinunziando al controllo diretto della proprietà, la nobiltà terriera finì così per esercitare il ruolo di padrone ossequiato solo durante le sempre più rare presenze. La nobiltà terriera, per ottenere dalle proprietà un reddito annuo fìsso, le concedevano in affitto o in gabella ad un uomo di fiducia, l'affittario o gabelloto, che spesso era un grosso proprietario. Egli infatti, disponendo di capitali, prendeva in gabella (affitto di interi latifondi con pagamento in moneta) i feudi dei proprietari assenteisti. I fondi, presi in affitto, così come quelli dei grossi e medi proprietari, venivano suddivisi in tante piccole quote che subaffittavano ai contadini e li concedevano «a terraggio» o a mezzadria. I gabelloti realizzavano in tal modo una rendita parassitaria, derivante dalla differenza tra l'importo del canone, da essi pagato al proprietario, e le entrate in natura ottenute dai subaffitti e dalle varie prestazioni dei contadini. Ovviamente l'operazione, per essere redditizia e lucrosa, comportava la necessita di 'spremere' il più possibile il lavoro contadino con elevati canoni di subaffitto e con svariate forme di vera e propria estorsione. Attraverso il monopolio della terra, in un periodo in cui l'economia della Sicilia era basata sull'agricoltura, il gabelloto controllava in tal modo il mercato del lavoro, accrescendo enormemente il proprio potere ed arrivando ad influenzare la vita sociale e politica locale. Assistiamo, dunque, col passare del tempo, alla formazione di una classe intermedia anomala rispetto ad altre zone dell'Italia legata alle antiche strutture economiche per procurarsi il maggior profitto possibile, ostile ad ogni rinnovamento, e, quindi, anche all'industrializzazione che già andava avviandosi al nord. Il gabelloto o grosso proprietario si circondava di fidati campieri, costituendo una guardia armata privata capace di dissuadere, prevenire e reprimere ogni atto che potesse turbare il corso normale della vita del feudo. Tra i campieri aveva grande importanza il soprastante o primo campiere che aveva il controllo totale sul feudo. Stimava ad occhio tutto quello che esisteva nel feudo e per evitare che qualcuno rubasse, come diceva il signor Giaidone Salvatore, "toccava il culo alle galline pur di impedire il furto di un uovo". Dava palese dimostrazione della sua fedeltà al proprietario, ben sapendo che dietro l'ultimo dei garzoni spesso si nascondeva il delatore, la spia che per un tozzo di pane, lo avrebbe informato d'ogni suo profittare del bene affidatogli. Teneva un'ordinata e aggiornata contabilità, (vedi come esempio l'agenda del 1925), o se analfabeta, raccontava il signor Montalbano Antonino, ricorreva ai bastoncini di ferula (tagghi) dove con incisioni convenzionali segnava le quantità di vari prodotti o ricorreva ad un sacchetto dove depositava sassolini di varia misura e colore che corrispondevano ora al numero di capi di bestiame ora alla quantità del grano nei depositi. Tra i campieri, come dicevano concordamente i signori: Puccio Antonio,Vaccaro Salvatore, Giaidone Salvatore e Cucchiara Stefano, c'erano i giusti, c'erano i rispettati, i temuti e gli odiati, tutti accomunati da un impegno: la garanzia e la difesa della proprietà in un mondo dove la precarietà e la fame, tristemente diffuse, potevano spingere alla ribellione e anche alla criminalità. I gabelloti ed i grossi proprietari rappresentavano la «nuova imprenditoria» agraria, ma si distinsero solo per la rigorosa osservanza delle logiche del feudo, custodi di un sistema cui ci si poteva sottrarre solo con l'emigrazione. I vari principi, baroni, marchesi e civili dell'epoca, si allearono con i piemontesi perché nella conquista del nizzardo Garibaldi, intravidero la possibilità di acquisire con poche migliaia di lire del tempo, i beni demaniali (beni pubblici, disponibili all'uso immediato della collettività quali boschi, strade, fiumi ecc.) i beni posseduti dalle Corporazioni religiose ( che non erano beni della Chiesa di Roma, ma frutto dell'accumulazione di famiglie siciliane che avevano investito sul figlio prete), e soprattutto l'acquisizione dei beni demaniali dei Comuni, detti "BENI DI USO CIVICO".

Detti beni, fìn dal XVI secolo erano stati garantiti dal Regno delle Due Sicilie, per il libero uso di tutti i cittadini, ai quali era riconosciuto il diritto di coltivazione, di semina, di pascolare le greggi, di far legna nei boschi (erano gli ammortizzatori sociali del tempo), dopo la conquista del Nizzardo, furono incamerati dai nostri gattopardi. I siciliani, che nella loro storia millenaria, nonostante le invasioni, le occupazioni, le violenze, gli abusi e soprusi, non erano mai stati costretti ad emigrare, conobbero la nuova ed ancor oggi attuale piaga. La prima emigrazione iniziò nel 1870 verso la Tunisia, dove si formò una comunità di piccoli proprietari di vigneti, oliveti, e orti, (dalle statistiche del tempo si legge che nella terra tunisina emigrarono circa 36.700 siciliani, da quello che si è a conoscenza, almeno fino ad oggi, non vi furono abitanti di Lucca Sicula), mentre a partire dal 1885 il flusso migratorio si diresse verso le Americhe (U.S.A., Argentina, Venezuela, Brasile) che la "Navigazione Generale Italiana" dei Florio provvedeva a trasportare. La "diaspora" siciliana negli U.S.A. fece sorgere comunità italiane in molte città americane (a New York la "Little Italy"); esse mantenevano vive le tradizioni della madrepatria e con le loro "rimesse", gestite quasi tutte dal Banco Florio, contribuivano a mutare considerevolmente la topografia socioeconomica della Sicilia con l'acquisto di quote sempre più consistenti di latifondo. (Ma questa è un'altra storia). Il decreto del Nizzardo aveva fatto intravedere ai contadini siciliani la possibilità di concedere loro la terra e di creare un ordine nuovo garante dei loro diritti, si concretizzò in una bolla di sapone. Il Nizzardo, per accattivarsi l'appoggio dei contadini, (quello dei gattopardi lo aveva già contrattato prima di sbarcare in Sicilia), il 17 maggio 1860 aveva abolito i dazi per il granone, i cereali, le patate, i legumi e la tassa sul macinato ed il 2 giugno 1860, da Palermo aveva emanato il decreto che all'art. 1 recitava:"Sopra le terre dei demani comunali da dividersi, giusta legge, fra i contadini del proprio comune, avrà una quota certa senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la patria. In caso di morte del milite, questo diritto apparterrà al suo erede". Tutto finì nelle mani dei nostri gattopardi, e lo stesso Garibaldi in una lettera inviata nel 1868 ad Adelaide Cairoli, che lamentava quello che avveniva in Sicilia e spronava il suo intervento, scriveva "non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate" ( Anche questa è un'altra storia). E' meglio tornare all'argomento dei patti agrari. In questa realtà, dove l'obiettivo della polverizzazione si poneva come unica alternativa al latifondo, si finì per continuare ad attingere forza lavoro dalla grande riserva di braccia che premeva ai confini del feudo; il basso costo della manodopera si rivelò un freno anche per l'introduzione d'ogni innovazione tecnica. In questa situazione di fame e di stenti il grande gabelloto venne così a porsi come figura d'intermediazione, e rilevato il feudo, concedeva ai contadini piccole quote (tinuti) delle vaste aree seminative in cambio della metà del prodotto. Da questa quota accantonava la gabella trattenendo per sé la differenza che tendeva ad incrementare ricorrendo ad ogni sorta d'espediente.

I CONTRATTI e I PATTI ESISTENTI PRIMA DEL 1893

  •  IL TERRATICO o GABELLA  (Canone di affitto in natura per la coltivazione di un appezzamento di terreno agricolo)

II contratto di terratico (patto di gabella) non è altro che il pagamento di una certa quantità di grano per una estensione di terreno preso in affitto. Si conveniva che il contadino terratichiere ( gabelloto) deve pagare secondo la qualità delle terre 2, 3, 5 salme di grano per ogni salma di terra presa in affitto. Di più paga 1 tumulo di grano per ogni salma di terra per il diritto di guardia, cioè per i pagamento del campiere, impiegato dal proprietario o dal gabelloto per la sorveglianza della terra e per garantire l'adempimento del patto da parte del contadino. Inoltre il terratichiere è tenuto a pagare anche il diritto della tassa che il proprietario paga all'erario, proporzionata alla superficie concessa. A Lucca la gabella in generale era di 3 terraggi. Il contratto di terratico aveva una durata di tre, quattro o sei anni. Se da un lato il contadino era più libero di coltivare la terra a modo suo, perché non era tenuto a seguire la ruota agraria di tutto il feudo, è però costretto a non lasciare mai riposare la terra, perché ha l'obbligo di pagare ogni anno con il grano. Il contratto di terratico veniva stipulato solo con contadini che possedevano almeno un mulo ed era previsto che il pagamento doveva essere pagato nell'anno successivo alla raccolta del grano, anche se il contadino per aumentare la fertilità del terreno vi seminava le fave. In generale il terraggio che si richiedeva al terratichiere era eccessivo. Il contadino terratichiere alla fine dell'anno. anche nelle annate di raccolta discreta, non riusciva ad ottenere un compenso adeguato, tenuto conto delle giornate lavorate nel campo e delle spese sostenute per il prodotto, mentre nelle annate medie a stento riesce a pagare i debiti sostenuti per mantenere la famiglia, per non parlare delle annate di raccolta in cui era costretto a vendere anche il mulo e addirittura la casupola.

  •  LA METATERIA o MEZZADRIA

II contratto di metateria, (mezzadria) verte specialmente sui patti di restituzione della semenza e sul numero di diritti, che deve pagare il contadino sulla sua parte. Il padrone del terreno anticipa la semenza riprendendola sul raccolto. Il contadino fa l'aratura e tutti i lavori di seminagione, unendosi ad un altro compagno, se possiede un solo mulo, fa tutti i lavori di sarchiatura del grano, tutte le spese della raccolta, del trasporto sull'aia, e della pisatura coi muli. Per il trasporto del grano all'aia (straguliare). secondo i patti orali, talvolta presta i muli e prende dalla parte spettante al contadino un tanto fìsso generalmente un tumulo di grano per ogni salma di terra seminata. Il raccolto si divide sull'aia in due parti, ma il contadino deve al padrone sulla propria metà i seguenti diritti:

1) La semenza avuta al momento della semina, (fino al 1893) doveva essere restituita nella doppia quantità ricevuta, (pattu cu tutta la semenza), cioè era aumentata con un interesse del 100% (l'additu), dal 1893 la semenza viene restituita con l'addita di due tumuli per ogni salma di terra (pattu cu mezza semenza).

2) Il diritto di guardiania non veniva misurato a tanto per salma di terra, ma invece era di due tumuli per aia, ossia per ogni metatiere, qualunque era l'estensione della terra che coltivava;

3) diritto di cuccìa, che veniva dato dal contadino al campiere a titolo di dono, nella misura di mezzo tumulo per salma di terra.

4) diritto di candela, nella misura di mezzo tumulo per ogni metatiere, a titolo di risarcimento per il consumo dell'olio della candela accesa nella stanza delle case del feudo dove si mangiava e si dormiva e nella stalla per il controllo degli animali di proprietà del contadino. In ogni casa (oggi diremmo stanza in terra battuta, o pagliera, o stalla) come dicevano i signori Vaccaro Salvatore e Stefano Cucchiara dormivano in dieci o dodici persone e "stanchi morti" si buttavano su una juttena, se fortunati, gli altri prendevano un po' di paglia o di fieno la gettavano per terra e preparavano un jazzu o si addormentavano a cavallo a lu sidduni e come coperta usavano o una tenna o qualsiasi cosa che li potesse riparare dal freddo.

5) diritto di pagliera, nella misura di mezzo tumulo per ogni salma di terra in mezzadria, a titolo di rimborso per il mangiare degli animali del contadino. Bisogna dire che quando si parla di contratto o patto tra proprietario e contadino, non si deve intendere, con ciò che vi era contratto scritto tra grande proprietario da un lato e contadino dall'altro lato. I contratti scritti esistevano solamente tra la nobiltà terriera e il gabelloto o grande proprietario; il resto era tutto verbale; il gabelloto o il grande proprietario notava soltanto sui suoi registri i patti che faceva coi singoli contadini. Dalla situazione descritta derivavano altre categorie di lavoratori. Il possesso dei mezzi di produzione determinava delle ulteriori suddivisioni tra contadini o «villani», come venivano chiamati gli strati di popolazione legati direttamente al processo di produzione delle campagne. Chi possedeva due muli e un aratro poteva prendere a mezzadria delle più o meno vaste estensioni di terra, ancora maggiori nel caso in cui si disponesse della possibilità di assumere dei braccianti nei periodi richiesti dalla produzione. Questi erano li "burgisi" (piccoli proprietari che lavoravano direttamente), o medi proprietari che lavoravano anche con l'ausilio di garzoni o di braccianti, sia la terra di loro proprietà sia, come spesso accadeva, quella presa in affitto a mezzadria. Chi non possedeva altro che le proprie braccia e una zappa non poteva prendere in affitto che un appezzamento di 2 o 3 salme, erano i mezzadri poveri, che a loro volta, prestavano la loro opera come braccianti a giornata (jurnatera). I lavoratori della terra che lavoravano dall'alba al tramonto, costituivano la maggioranza della popolazione, rappresentavano quindi un vasto strato. Le suddette suddivisioni tra tutti i lavoratori evidenziavano l'arretratezza dell'organizzazione del lavoro nelle campagne e il ruolo della rendita parassitaria nei rapporti di proprietà e di produzione. La popolazione agricola, ogni giorno di più, accumulava rabbia e disperazione, i diritti imposti nei patti diventarono insopportabili e sfociarono negli scioperi del 1890-1893. I contadini preferivano il contratto di mezzadria alla concessione a gabella. Tale preferenza evidenziava le condizioni di debolezza contrattuale e di povertà del contadino. Il terratico, rispetto alla mezzadria, rappresentava infatti una forma di contratto più avanzata sul terreno dei rapporti con il proprietario, ma supponeva un minimo di autonomia economica da parte del contadino, che gli permettesse di far fronte agli anni di cattivo raccolto. Le "malannate", disastrose nel caso di contratto a mezzadria, divenivano mortali, nel caso di «terraggio», dovendo, il contadino versare la quota di affitto stabilita in precedenza. L'anno 1893 fu l'anno dei Fasci dei lavoratori, cioè del più grande movimento di massa del socialismo italiano. Anche a Lucca Sicula, come cita il professore Francesco Renda nel libro "I Fasci Siciliani 1892-1894", il 29.10.1893 viene fondato "Il fascio dei lavoratori". Il 31 luglio 1893 a Corleone venne approvata la proposta di nuovi patti agrari, detti appunti "I Patti di Corleone". II Congresso decise di far valere nei confronti dei proprietari terrieri, il seguente Patto:

1) stabilita come base la mezzadria e abolito il terratico, la terra è sempre apprestata dal proprietario, ma le sementi a fondo perduto;

2) se la coltivazione della terra viene fatta col lavoro umano, l'intera produzione viene divisa a metà tra colono e proprietario, senza tener conto della qualità della terra;

3) se la coltivazione della terra viene fatta con l'aratro, l'intera produzione viene divisa a metà, ma il colono deve compensare il concedente con tumuli due di frumento prelevato dalla sua parte, e si impone il principio della contrattazione collettiva. A Lucca Sicula, come rileva il Renda nella già citata opera, rilevata dal Giornale di Sicilia del 7-8 novembre 1893, si accettò il patto della sementa a fondo perduto con l'obbligo del concessionario di garantire la buona conduzione del fondo. Nello stesso anno, in molti comuni la moltitudine della popolazione scioperò e costrinse le amministrazioni comunali a deliberare la soppressione o la diminuzione dei dazi comunali. L'animo della popolazione in quel periodo doveva essere esasperato, tanto che il prefetto di Agrigento, come riporta il Renda, in data 3 gennaio 1894, telegrafò ai suoi superiori, comunicando che nei comuni di LUCCA SICULA, Comitini, Naro, Palma di Montechiaro, Realmonte, Menfi, Santa Margherita e Ravanusa, sotto la spinta delle popolazioni, era stata deliberata la completa abolizione dei dazi(vedi esempi di tassazione a Lucca Sicula, delibere del 1892 e del 1895). Ma questa apparente conquista, provocò altri scioperi, purtroppo altri morti e ritorsioni anche governativi. Nascono i movimenti per la conquista della terra, le cooperative. La società siciliana era ancora, agli inizi del 1900, di stampo feudale. Nel 1900 nacque in Sicilia un imponente movimento cooperativistico e leghistico nel settore dell'agricoltura. La nuova fase di lotta è caratterizzata dalla sperimentazione delle "affittanze collettive", cioè i contratti di affitto stipulati tra proprietari terrieri e cooperative contadine.

Alla guida del movimento erano socialisti e cattolici in concorrenza tra di loro dal momento che nei confronti dei primi prevaleva la pregiudiziale rivoluzionaria su quella riformistica. I cattolici siciliani, allineandosi con il cattolicesimo sociale del sacerdote Romolo Murri che aveva i suoi presupposti nell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII del 1891, "uscirono dalle sacrestie" per unirsi al popolo, soprattutto alle masse rurali sfruttate, allo scopo di guidarle nel riscatto sociale. Le affittanze collettive si svilupparono ben presto in Sicilia. L'affittanza collettiva siciliana era legata al latifondo e aveva lo scopo di sostituire il gabelloto. Nacquero tra il 1900 ed il 1910 numerose cooperative agrarie, i cui componenti, sottoscrivendo azioni di piccolo taglio per disporre del capitale necessario, prendevano i fondi in affitto direttamente dai proprietari, senza il tramite del gabelloto, ma incontravano molti ostacoli sia tra alcuni agrari, sia tra i gabellati, sia tra i campieri, che riuscivano in qualche caso a costringere i proprietari a non dare in affitto le loro terre alle cooperative, pur se realizzavano in questo modo maggiori profitti. I proprietari terrieri erano contrari alle affittanze collettive, non tanto per ragioni economiche, che li avrebbero portati a preferire le affittanze ai gabelloti, quanto per ragioni di potere: le affittanze stimolavano lo sviluppo di una coscienza sociale nuova, un nuovo protagonismo delle masse contadine e questo era visto come un pericolo per la perpetuazione di un potere consolidato. In appoggio alle cooperative nacquero le leghe di miglioramento, che avevano come scopo il miglioramento tecnico dell'agricoltura con agevolazioni alle cooperative per l'acquisto di sementi, concimi, attrezzi agricoli.

I socialisti organizzarono a Corleone nel 1901 un Congresso (il secondo dopo quello dei Fasci ne! 1893), dove stabilirono forme meno vessatorie di mezzadria ed eliminarano la restituzione dei due tumuli di grano a salma di terra, la semenza restava a solo carico del proprietario del terreno mentre tutto il lavoro dall'aratura alla raccolta era a carico del contadino, vennero aboliti tutti gli altri diritti di origine feudale (diritti di cuccìa, di candela, di pagliera). I socialisti, concepivano il cooperativismo come il primo passo verso la collettivizzazione della terra e delle industrie, anche se questo programma vedeva anche dei dissenzienti tra cui il principe Alessandro Mastrogiovanni Tasca, Principe di Cutò, (VEDI FOTO), figlio di Giovanna Filangeri di Cutò e del Conte Lucio Tasca Lanza d'Almerita, nato nel 1874 a Palermo unico figlio maschio, aveva cinque sorelle; dalla madre Principessa Giovanna era stato costituito erede universale di tutta la proprietà, salvo le quote di diritto spettanti alle quattro figlie: Beatrice, Nicoletta, Giulia, Maria e al marito superstite conte Lucio Tasca. Di detta proprietà facevano parte alcuni censi e proprietà siti nel Comune di Lucca Sicula. Era chiamato il "Principe Rosso", fu interessato ai problemi del proletariato e della classe operaia ed abbracciò la causa socialista, partecipando attivamente alla formazione dei Fasci dei lavoratori. Nel 1892 finanziò "L'Isola" di Napoleone Colajanni e fondò il giornale "Gibus". Nel 1895, per la sua attività politica venne arrestato. Liberato nel 1896 riprese l'attività politica. Nel 1898 fondò, fìnanziò e diresse, sino al 1914 il giornale  "La Battaglia". Nel 1901 per aver accusato il senatore Paternò, sindaco di Palermo, di avere condotto una amministrazione poco corretta fu querelato e condannato; fu liberato nel 1902. Mentre era ancora in carcere venne eletto Consigliere Comunale di Palermo. Nel 1904 fu candidato dei Partiti popolari nel IV collegio di Palermo per l'elezione a deputato, ma non fu eletto. Fu invece eletto deputato nel collegio di Sciacca nelle elezioni politiche del 25 marzo 1906. Altra candidatura a deputato gli venne conferita nel 1909. Venne eletto, ma poco dopo la sua elezione fu invalidata dalla Giunta per l'elezioni. Nell'ottobre del 1913 venne eletto deputato del Partito Socialista nel collegio di Palermo. Morì il 17 novembre 1943 a Palermo.

Il principe Alessandro di Cutò in data 11.05.1911, (vedi documento) con atto a rogito del Notaio Antonio Noto Galati di Palermo, vende ai fratelli Lo Cascio Vito nato a Lucca Sicula il 24.09.1878, sposatosi a Lucca Sicula il 05.02.1936 con Amato Teresa e morto a Lucca Sicula il 16.11.1961 e Lo Cascio Calogero nato a Lucca Sicula il 06/06/1873 nella sezione San Giuseppe, sposatesi a Lucca Sicula il 18/01/1930 con Cirullo Margherita e morto a Lucca Sicula il 21.03.1935, alcuni censi siti in territorio di Lucca Sicula, San Carlo e Chiusa Sclafani e una casetta cosiddetta di Merlino, sita in Lucca Sicula, via Madonna n.14, confinante con quelle di Liborio Lo Cascio, con quelle di Giuseppe Marino fu Lorenzo(nato a Lucca il 13.11.1851, sposatesi il 15.09.1875 con Provvidenza Maria Falletta, morto a Lucca Sicula il 06.11.1925) e con via pubblica . I cattolici erano a favore delle leghe di soli contadini e piccoli proprietari. Essi dettero vita ad un imponente movimento cooperativistico, ma con criteri diversi da quelli dei socialisti. I cattolici nelle leghe vedevano il presupposto per la formazione della piccola proprietà, tramite l'acquisto dei fondi prima presi in affitto e la loro suddivisione tra i componenti della cooperativa. Nel 1909, secondo i dati forniti dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, si contavano in Sicilia 61 leghe con 58.920 soci. I cattolici furono sostenitori anche delle banche cooperative. Il ceto padronale agrario contrastò energicamente il movimento cooperativistico, causandone il dissolvimento, che, unito alla pressione demografica, dette origine ad un consistente flusso migratorio.

Anche a Lucca Sicula, negli anni dal 1900 al 1922 si crearono le leghe, le cooperative e le società agricole. Nella memoria collettiva dei lucchesi, rimane, per mancanza di documentazione, ben poco. I lucchesi ricordano la "la lega socialista" la cui sede era ubicata in piazza ed il cui presidente era stato eletto l'avvocato Gaetano Mangano, il quale si recò a Firenze ed in data 25.10.1909, acquistò per conto e in nome di diversi abitanti di Lucca Sicula il feudo Timpirossi (agro di Palazzo Adriano) dal Duca Simon Vincenzo di San Clemente. Altro ricordo è l'esistenza della "Società agricola di Lucca", che gestiva le affittanze collettive, dei feudi Balata (agro di Bivona) e SALINA (agro di Lucca Sicula) di proprietà dei fratelli Saporito di Castelvetrano ed il cui segretario era un certo Pedrona Salvatore, nominato come affidatario dagli stessi proprietari. Ricordano anche l'esistenza di società per il miglioramento tecnico dell'agricoltura, esempio la costituzione di una società per creare concime (lu nitratu) e poter avere rese più ricche dai terreni; una società per la molitura dell'uva e lo sfruttamento delle vinacce per la grappa e diverse società per la molitura delle olive. Ma sono solo ricordi tramandati oralmente. In ogni caso le nuove forme di associazionismo diedero la possibilità ai nostri nonni e padri di acquistare molti terreni e come disse l'avv. Alessio Danna, in occasione della celebrazione del primo centenario di elezione a parrocchia della Chiesa Madre "Questo fu l'inizio di una nuova fase evolutiva, che determinò dal 1909 al 1930 l'acquisizione dei feudi: Timpirossi, Canali, Mezzi Canali, Calamonaci, Gulfa, Belmonte, Finocchio, Balata, Mailla, Ciuppardo e Salina".

La prima guerra mondiale diede un duro colpo alle affittanze collettive, poiché molti dei soci furono chiamati al fronte, e la lievitazione della richiesta di generi alimentari per i soldati avvantaggiò i grossi proprietari. Ai soldati al fronte il governo promise che sarebbe stata data la terra: la ricompensa per il valore dimostrato durante la guerra. Ma in realtà non ci fu una riforma agraria, furono emanati alcuni provvedimenti per la concessione delle terra incolte e mal coltivate (decreti Visocchi e Falcioni). Finita la guerra, in Sicilia riprende il movimento contadino. Operano varie componenti: le associazioni di combattenti e reduci, le organizzazioni cattoliche del Partito popolare (sindacati, cooperative, casse rurali), i socialisti, (con le camere del lavoro, le leghe, le cooperative e le casse agrarie). In varie zone dell'isola vengono organizzate le occupazioni delle terre. Si ricorre ancora alla violenza. Nel biennio 1919 ed il 1922 vengono uccisi diversi contadini, operai, sindacalisti, assessori, sindaci che chiedono l'espropriazione dei latifondi, mentre una parte della classe politica cieca e convivente comanda le forze dell'ordine di sparare contro i contadini che occupano i latifondi. Le cooperative, e le stesse affittanze collettive si scontravano con un individualismo che reclamava solo il pieno possesso di qualche salma di terra, giusto quella che un paio di braccia e una coppia di muli sarebbero stati in condizioni di lavorare. Il risultato finale fu la permanenza delle vecchie pratiche produttive. Ma alle porte bussava il fascismo che sancisce la sconfitta del movimento contadino con l'emanazione del decreto dell'11 gennaio 1923 con cui vengono revocate le concessioni dei latifondi alle cooperative contadine. Vengono sciolte tutte le organizzazioni non fasciste e dirigenti e militanti vengono condannati dal tribunale speciale al carcere o al confino.

A Lucca Sicula, i contadini continuavano a coltivare la terra dei grandi e medi proprietari, in gabella e in mezzadria, ma non erano più costretti a restituire la semenza, o pagare i diritti feudali del secolo precedente, i patti continuavano ad esistere nella forma orale, per pagare la gabella esistevano delle ricevute sulle quali si scriveva la quantità di grano da versare al proprietario alla raccolta, (vedi esempi di ricevuta). Nel 1927 molti terreni seminati non furono mietuti e pisati perché nei Comuni di Lucca Sicula, Villafranca Sicula, Burgio e Calamonaci, si ordina l'arresto, (ben presente nel memoria collettiva dei nostri concittadini). A Lucca Sicula, vengono arrestati ben 53 persone appartenenti a quasi tutti i nuclei familiari, i capi di accusa erano: associazione mafiosa, omicidio e rapina, per fatti avvenuti tra il 1904 ed il 1922. Il processo fu celebrato il 16.07.1929 presso la Corte di appello di Palermo. Il numero complessivo degli arresti nei quattro comuni fu di 252 persone. Gli imputati furono difesi da ben 30 avvocati. 

Finita la seconda guerra mondiale e fino al 1960 ( si coltivava e si pisava ancora con i muli), i patti agrari descritti, continuavano ad esistere nella forma orale. La popolazione agricola continuava ad emigrare non solo in America, ma anche nei vari paesi dell'Europa: Francia, Inghilterra, Belgio, Germania, Svizzera. Dalla fine degli anni 70 i terreni in gabella erano coltivati da contadini che avevano più figli maschi che si dedicavano all'agricoltura e non desideravano emigrare, anche perché possedevano diversi ettari di terreni di proprietà. Il patto di gabella, sempre orale, aveva la durata di almeno tre anni e consisteva nel dare al proprietario, per ciascuno dei tre anni, una determinata quantità di grano per ogni salma di terra; non esisteva più il terraggio a 2, a 3 o a 5. Il proprietario dava la terra, tutti i lavori venivano eseguiti dal contadino, dalla semina alla raccolta, l'unica vecchia consuetudine rimasta, era quella di portare il grano pattuito al magazzino del proprietario del terreno. Mentre per i terreni concessi in mezzadria, il patto si rinnova ogni anno, ma con l'avvento delle macchine agricole erano cambiate molte cose. Il proprietario dava la semenza senza restituzione, il contadino eseguiva tutti i lavori dall'aratura alla raccolta. Il prodotto veniva diviso per metà ciascuno. Il proprietario inoltre, quanto entrò la legge comunitaria dell'integrazione del prezzo del grano, presentava la domanda e prendeva i soldi della Comunità Europea, senza dividerli con il mezzadro. Dal 1980 il proprietario oltre a dare la semenza, partecipava per metà all'acquisto dei concimi, il contadino si limitava alla aratura del terreno, alla semina e all'acquisto della metà dei concimi. II pagamento della trebbiatura, del trasporto del grano ed il raccolto era diviso a metà. Dal 1985 a tutt'oggi il mezzadro partecipa anche alla divisione, per metà, dei soldi dell'integrazione del grano.

Relazione a cura del dott. Mirabella Giuseppe al quale vanno i nostri ringraziamenti

                 Impaginazione, stesura e ricerche documenti dalla redazione di luccasicula.name

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