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L’ORO BIONDO DEI NOSTRI PADRI |
Video___Pisatura del sommacco |
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PER NON DIMENTICARE
Cereali :Grano,Avena,Orzo. Legumi:Fave,Ceci,lenticchie.
La coltivazione del grano occupava l'intero anno solare ed era composta
da quattro fasi principali:
La prima fase consisteva nel bruciare tutte le erba infestanti e le stoppie, che nel periodo estivo erano seccate, quindi si provvedeva, qualora fosse necessario, allo spietratura del campo. Le pietra raccolte a mano o con l’ausilio di muli provvisti di appositi contenitori di legno (casci pì spitrari), venivano sistemate in cumuli chiamati cunzerre, che venivano realizzate in punti non coltivabili.Dopo questa fase di preparazione , con l’avvento delle abbondanti piogge autunnali, in ottobre si provvedeva alla prima aratura del terreno (ghiaccatina), che serviva a rompere il solco e veniva fatto da un aratro leggero interamente in legno , tranne il vomere che era in ferro con punta acciaiosa (aratu a chiovu). Dopo qualche settimana , in senso ortogonale, veniva eseguita una seconda aratura detta rifunniri. La terza aratura avveniva, tempo permettendo, a novembre ed era la fase della semina. Venivano praticate due tipi di semine a broscia e a pruvinu, vale a dire a spaglio e a solco. Nel primo caso si soleva dividere il terreno con dei solchi in strisce (broscie) , larghe quattro metri circa, al centro delle quali procedeva il seminatore, che con coffa (capace contenitore di forma cilindrica,realizzato con foglie di palma nana intessute) alla spalla, provvedeva a gettare con un gesto ampio del braccio a semicerchio, prima davanti ai piedi e poi ai due lati, detto a spaglio (spagghiu ),la semente sul terreno. Ultimata la semina , si provvedeva con dei solchi ortogonali a ricoprire il terreno seminato. Il secondo metodo era il più semplice, in quanto il seminatore seguiva l’aratore e provvedeva con pugno chiuso a depositare chicco dopo chicco il frumento nel solco tracciato, detto solco veniva poi coperto con quello del ritorno.
Ma mentre l’orzo,la grana di sulla, l’avena,si seminavano a spaglio, il grano, al contrario, veniva seminato a solco.Molto importante era la scelta della varietà di frumento da seminare , in funzione del terreno ospitante. Distinti in terreni fertili (Terri forti), generalmente terreni di medio impasto e di natura argillosi e terreni scadenti (terri fracchi) , terreni leggeri o alluvionali. Le varietà di frumento coltivate nel territorio erano la tumminia,la bianculidda,la russia che si adattavano benissimo ai terreni argillosi. Le donne nei mesi precedenti alla semina,preparavano le sementi,depurandole dalle pietre,dai cicchi spezzati e da ogni seme estraneo al grano.Detta operazione veniva eseguita sul tavolo da pranzo o sulla maidda,attorno al quale sedeva la famiglia.
CRESCITA
MIETITURA
TREBBIATURA
Ultimata la mietitura, si provvedeva al trasporto (straguliari) dei covoni nell’aia (aria), che avveniva preferibilmente di mattina presto o a sera. Prima di procedere al trasporto delle messi, il contadino (Viddanu), provvedeva alla preparazione dell’aia,spazio di terreno pianeggiante di forma circolare. Per primo avviava i lavori di spianamento del terreno con la zappa, successivamente annaffiava abbondantemente con dell’acqua il terreno (‘nzulari) e spargeva sopra la paglia per compattarla con il terreno precedentemente bagnato, formando un pavimento piuttosto compatto su cui potere disporre i covoni per la trebbiatura (pisata). Dopo avere provveduto alla sistemazione dell’aia, poteva procedere al trasporto. Il contadino disponeva il mulo all’interno del gruppo di sei covoni (cavaddrunghiu) , i quali venivano caricati sul basto (sidduni) dell’animali uno alla volta e legati fra di loro con delle robuste corde di canapa. Detti covoni veniva trasportati in un punto ben arieggiato (aria), dove soffiavano tutti i venti. Qui li slegava dal basto uno per volta da ambo i lati e li depositava in ordine, formando una catasta (timogna), disposta a forma di tronco di piramide per ben proteggere le spighe dell’interno dai frequenti temporali estivi. Nel qual caso si doveva provvedere al disfacimento della catasta (stimognari) , per fare asciugare al sole i covoni. Ultimato il trasporto, la dove non esistevano fabbricati, per prima cosa costruivano un pagliaio (loggia o pagghiaru), all’interno del quale i contadini conservavano,l’acqua,il companatico, mangiavano e riposavano per qualche istante. Subito dopo i covoni, liberati dalle legacci,venivano scomposti ,sparsi nell’aria e rimestati con il tridente per dare modo alle bestie di poter girare più agevolmente. A questo punto cominciava la trebbiatura.
Il contadino prendeva i muli,generalmente in numero di due,preferibilmente femmine, andava al centro dell’aia e reggendo le redini con la mano sinistra, con la destra impugnava un frusta (zzotta) che agitata incessantemente, per incitare le bestie a farle girare in tondo, sempre di trotto. Mentre gli animali giravano, gli altri lavoratori con l’ausilio di un tridente di legno (‘a tradenti), accostavano le spighe che fuori uscivano dall’aia o aggiungevano altri mannelli. Dopo molti giri veniva invertito il senso di marcia degli animali. Ogni tanto ci si fermava, per fare riposare le bestie e per dare una rimestata all’aia, questa operazione detta vutata d’aria, consisteva nel portare in superficie la parte ancora da pestare e sotto quella già pestata. Questa operazione di pisatura continuava fino a quando il gano non fosse uscito completamente dalla spiga e la paglia perfettamente sminuzzata dagli zoccoli degli animali. Terminata la fase di battitura, si passava alla fase di separazione del grano dalla paglia, detta spagghiata. Si aspettava che si alzasse il vento più propizio, a volte si attendeva anche parecchi giorni, e con le spalle rivolte verso di esso, si procedeva alla spagliatura. Per primo col tridente si allontanava la paglia in superficie e quindi si cominciava a buttare per aria l’insieme di grano e paglia, che venivano separati dal vento, il grano in quanto mpiù pesante, cadeva ai piedi del contadino, mentre la paglia, più leggera, volava via, formando un cumulo semicircolare ai bordi dell’aia, detta margunata. Quando il tridente non era più in grado di separare la pula dal grano, la si metteva da parte e si proseguiva con la spalatura, che si faceva con una pala di legno (arnese interamente di legno costituito da una specie di piatto largo con la base retta e da un lungo manico) per liberare il grano dalla rimanente pula che cadendo formava una seconda margunata di jusca. Nei giorni successivi si passava quindi alla seconda e alla terza cacciata con altri covoni slegati, fino a quando, ridotti in paglia, si perveniva alla tagliata dell’aia. La pisata era così terminata.
L’ultima fase della trebbiatura era la cernita (annittatina), in quanto al termine della spagliata, sull’aia si formava un cumulo di frumento misto a spighe rotte, semi diversi e piccoli fusti di paglia nodosi. Per potere effettuare la cernita, veniva montato un tripode con assi in legno, legati in sommità, al centro, sospeso per mezzo di corde, veniva collocato in un crivello alquanto capiente (crivu d’aria) , oscillando il quale si provvedeva alla separazione del grano dalle impurità, che venivano scartate, tranne le spighe rotte , che venivano schiacciate a parte con un mazzuolo in legno. Il contadino per tutto il periodo della pisata e del trasporto del grano, non lasciava mai incustodita l’aia,neanche di notte,e spesso dormiva in campagna vicino al grano,preparandosi un giaciglio di paglia, su cui stendeva una bisaccia o una tenna ,coprendosi con una cerata (‘ncirata) per difendersi dall’umidità della notte.
Finita l’operazione cernita, il frumento veniva insaccato con il tumolo (Tumminu=14 Kg) o con il decalitro (Dicalitru =16 Kg) , veniva versato in sacchi di juta , in ragione di quattro tumoli per sacco, a volte venivano usate delle bisacce di olona (Visazzi). Il grano veniva misurato in salme , ogni salma (sarma) era costituita da sedici tumoli (224 Kg), vale a dire quattro sacchi di quattro tumoli ciascuno. A questo punto si provvedeva al trasporto del grano dalla campagna al paese, che veniva effettuato a dorso degli animali da soma , in ragione di due sacchi per bestia. Il grano così trasportato, veniva immagazzinato, tramite una scaletta in legno, veniva versato dall’alto in grandi contenitori cilindrici , realizzati con un graticcio di canne , detti cannizzi, piazzati in un angolo della casa, mentre nelle case dei contadini più agiati (burgisi), erano disposti nel magazzino (magasenu). Il grano veniva conservato in attesa di essere venduto ai commercianti tramite un intermediario chiamato pinzali e da dove veniva prelevato tramite un’apertura posta in basso del contenitore, circa 50 cm. da terra, chiusa con uno straccio o da uno sportellino in legno. Si facevano diversi viaggi,con i muli,ed il grano si portava a casa e si svuotava o nel magasenu (magazzino)o nel cannizzu (grande recipiente intrecciato di canne, a forma di cilindro, che arrivava fin quasi al soffitto. Serviva per conservarvi il grano, che si prelevava per mezzo di uno sportellino in attesa di essere venduto ai commercianti). Dopo aver trasportato il grano,provvedeva al trasporto della paglia,riempiendo due enormi reti di corda a maglia grande (rituna ), che venivano legati ai due lati dei muli e depositati in paese nella pagliera (paglialora) e che costituiva la riserva di foraggio per gli animali per tutto il periodo invernale, fino in primavera fino a quando non spuntava l’erba verde su cui potere pascere glia animali. Dopo la paglia veniva trasportata con dei contenitori, realizzati con le foglie di palma nana,detti zimmila la pula, la quale veniva usata come combustibile, per alimentare i forni e le fornaci di gesso (carcara).
I contadini ,dopo aver immagazzinato il grano,ne mettevano da parte una certa quantità detta mangia, che doveva servire per fare il pane, la pasta,per la semina dell’anno successivo, per pagare il barbiere,il fabbro,il falegname e per lu canciu, ( baratto del grano con altri prodotti non posseduti e bisognevole per la famiglia). La vendita del frumento,assieme a quella delle fave e di altri cereali era l’unica fonte di guadagno e il ricavato doveva servire per l’economia familiare. Grazie a questi risparmi i contadini di Lucca Sicula poterono acquistare terreni :in agro di Palazzo Adriano (Timpirossi,Canala,Mezzicanali,Pitrusa,Pitrusedda,Ciuppardo);in agro di Calamonaci, in agro di Bivona (Balata,Mailla,Tavernola); in agro di Ribera , in agro di Burgio e Villafranca Sicula. Nell’economia lucchese, non possiamo dimenticare il lavoro faticoso delle donne. Le nostre nonne e mamme erano le prime a svegliarsi e le ultime a coricarsi. Preparavano il companatico per i mariti, li aiutavano nei campi, preparavano il pane, governavano gli animali domestici (galline,conigli,maiali,capre),rammentavano gli abiti,filavano la lana,tessevano il lino,nutrivano ed educavano i figli, ricamavano,preparavano la biancheria per le figlie da maritare, raccoglievano i capelli dal pettine e li conservavano per poi barattarli, conservavano tutti i pezzetti di stoffa che non era più possibile usare per poterle tessere in seguito , cercavano in tutti i modi di non spendere i risparmi della famiglia e spronavano i loro mariti ad acquistare la terra per far star meglio la famiglia.
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Metiri e Pisari
Abbiamo voluto chiudere questa ricerca con una belle poesia di poeta bivonese ,Giuseppe Scilì Bellomo, nato a Bivona il 30/01/1951, figlio di contadini, come lui stesso usa definirsi con orgoglio.
Antichi attrezzi contadini
Ancinu e ancineddu
Aratu a chiovu
Cancedda e quartara
Capistru
Jughu
Fuddaturi
Runca |
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