Il grano

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L’ORO BIONDO DEI NOSTRI PADRI

 
  Video___Pisatura del sommacco


 

PER NON DIMENTICARE


Nelle nostre zone interne a in cui si praticava la monocoltura granaria era necessario praticare la rotazione biennale delle colture, la TRIZZANIA, per cui una proprietà veniva suddivisa in due lotti di terra :il primo si coltivava a legumi ( fave soprattutto), nel secondo si seminava il grano. L'anno successivo nel primo si coltiva il grano, nel secondo i legumi.

Cereali :Grano,Avena,Orzo. Legumi:Fave,Ceci,lenticchie.

La coltivazione del grano occupava l'intero anno solare ed era composta da quattro fasi principali:
1. settembre/ ottobre: si arava il terreno;
2. novembre/ dicembre: semina del grano;
3. marzo/ aprile: sarchiatura del terreno;
4. giugno/ luglio: mietitura e trebbiatura del grano


PREPARAZIONE DEL TERRENO E SEMINA

La prima fase consisteva nel bruciare tutte le erba infestanti e le stoppie, che nel periodo estivo erano seccate, quindi si provvedeva, qualora fosse necessario, allo spietratura del campo. Le pietra raccolte a mano o con l’ausilio di muli provvisti di appositi contenitori di legno (casci pì spitrari), venivano sistemate in cumuli chiamati cunzerre, che venivano realizzate in punti non coltivabili.Dopo questa fase di preparazione , con l’avvento delle abbondanti piogge autunnali, in ottobre si provvedeva alla prima aratura del terreno (ghiaccatina), che serviva a rompere il solco e veniva fatto da un aratro leggero interamente in legno , tranne il vomere che era in ferro con punta acciaiosa (aratu a chiovu). Dopo qualche settimana , in senso ortogonale, veniva eseguita una seconda aratura detta rifunniri. La terza aratura avveniva, tempo permettendo, a novembre ed era la fase della semina. Venivano praticate due tipi di semine a broscia e a pruvinu, vale a dire a spaglio e a solco. Nel primo caso si soleva dividere il terreno con dei solchi in strisce (broscie) , larghe quattro metri circa, al centro delle quali procedeva il seminatore, che con coffa (capace contenitore di forma cilindrica,realizzato con foglie di palma nana intessute) alla spalla, provvedeva a gettare con un gesto ampio del braccio a semicerchio, prima davanti ai piedi e poi ai due lati, detto a spaglio (spagghiu ),la semente sul terreno. Ultimata la semina , si provvedeva con dei solchi ortogonali a ricoprire il terreno seminato. Il secondo metodo era il più semplice, in quanto il seminatore seguiva l’aratore e provvedeva con pugno chiuso a depositare chicco dopo chicco il frumento nel solco tracciato, detto solco veniva poi coperto con quello del ritorno.


 

Ma mentre l’orzo,la grana di sulla, l’avena,si seminavano a spaglio, il grano, al contrario, veniva seminato a solco.Molto importante era la scelta della varietà di frumento da seminare , in funzione del terreno ospitante. Distinti in terreni fertili (Terri forti), generalmente terreni di medio impasto e di natura argillosi e terreni scadenti (terri fracchi) , terreni leggeri o alluvionali. Le varietà di frumento coltivate nel territorio erano la tumminia,la bianculidda,la russia che si adattavano benissimo ai terreni argillosi. Le donne nei mesi precedenti alla semina,preparavano le sementi,depurandole dalle pietre,dai cicchi spezzati e da ogni seme estraneo al grano.Detta operazione veniva eseguita sul tavolo da pranzo o sulla maidda,attorno al quale sedeva la famiglia.

 

CRESCITA


Una volta che si era provveduto alla semina, non restava altro che aspettare che gli eventi atmosferici fossero favorevoli, in quanto abbondanti piogge nel mese di dicembre e febbraio e freddo nel mese di gennaio, avrebbero favorito la germinazione del seme e la nascita delle piantine di grano (lavuri). Con l’arrivo del clima più mite di marzo, i germogli iniziavano la loro crescita e contemporaneamente nel campo seminato, crescevano molte piante infestanti, che avrebbero danneggiato le giovani piante di grano. Per cui si provvedeva ai lavori di scerbatura (Scurritina), l’estirpazione a mano delle erbe estranee. Nel mese di aprile si procedeva al lavoro della “zappuliata di lu lavuri”, cioè il contadino munito di una zappa piccola e stretta (zappudda), liberava il campo dalle seguenti erbe nocive : loglio (giogghiu) , Avena selvatica (Jina), aneto (anitu), meliloto ( treu), sulla (sudda), malva (marva), papavero (paparina). Per completare un buona annata ci si augurava qualche pioggerellina di aprile, una graduale risalita della temperatura e venti carezzevoli nel mese di maggio.

MIETITURA


A giugno si provvedeva alla mietitura , venivano organizzate delle squadre di mietitori piuttosto abili , generalmente in numero pari. La sera detti mietitori si assembravano in piazza (nel nostro caso alla Cuba), in attesa che arrivassero gl’interessati per provvedere all’assunzione dei braccianti necessari (addrugari). L’indomani al rintocco delle campane delle ore 5 (Ciccu e Ninu), i mietitori si avviavano verso il campo (all’antu). Una volta giunti sul posto di lavoro , si addobbavano per la mietitura. Per non incorrere in infortuni che potevano compromettere la propria prestazione (perdiri la jurnata), indossavano primordiali abbigliamenti antinfortunistici per proteggersi dai probabili tagli causati dalla falce e dalle spighe. Indossavano sopra la camicia un corto grembiule (pitturale) a protezione del petto e sull’avambraccio sinistro un manicotto (vrazzali). Detti tutori erano realizzati, preferibilmente, in tela olona (lona), a volte anche in cuoio o in pelle di pecora. Le dita della mano sinistra venivano protette con dei ditali di canna (canneddi), tranne il pollice che veniva protetto da un ditale in cuoio, in quanto doveva permettere l’articolazione del dito. Impugnando con la mano destra un mazzo di grano, con la falce tenuta dalla mano destra, procedeva alla falciatura, fino alla formazione del mannello, che poggiava sulle stoppie con le spighe rivolte verso il compagno, il quale a sua volta posava il suo , in senso contrario, sul mannello precedente, formando così il covone (ghermitu). Dietro ai mietitori procedevano l legatori (nfasciatura), il cui compito era di formare i covoni. Disponevano sul terreno,sopra le stoppie, un legaccio fatto con le foglie dell’ampelodesmo (liama) , che solitamente portavano alla cintura, con l’ausilio dell’uncino (ancino) e della forcella (ancineddu) raccoglieva dodici mannelli di grano (ghermiti) e formava il covone (gregna) , poi con il ginocchio sinistro praticava una forte pressione al centro del covone e quindi provvedeva alla legatura, poi procedeva alla sistemazione degli stessi , formando due cumuli di tre covoni ciascuno, disponendoli alla distanza di circa un metro (cavaddunghiu).

 

TREBBIATURA

 

Ultimata la mietitura, si provvedeva al trasporto (straguliari) dei covoni nell’aia (aria), che avveniva preferibilmente di mattina presto o a sera. Prima di procedere al trasporto delle messi, il contadino (Viddanu), provvedeva alla preparazione dell’aia,spazio di terreno pianeggiante di forma circolare. Per primo avviava i lavori di spianamento del terreno con la zappa, successivamente annaffiava abbondantemente con dell’acqua il terreno (‘nzulari) e spargeva sopra la paglia per compattarla con il terreno precedentemente bagnato, formando un pavimento piuttosto compatto su cui potere disporre i covoni per la trebbiatura (pisata). Dopo avere provveduto alla sistemazione dell’aia, poteva procedere al trasporto. Il contadino disponeva il mulo all’interno del gruppo di sei covoni (cavaddrunghiu) , i quali venivano caricati sul basto (sidduni) dell’animali uno alla volta e legati fra di loro con delle robuste corde di canapa. Detti covoni veniva trasportati in un punto ben arieggiato (aria), dove soffiavano tutti i venti. Qui li slegava dal basto uno per volta da ambo i lati e li depositava in ordine, formando una catasta (timogna), disposta a forma di tronco di piramide per ben proteggere le spighe dell’interno dai frequenti temporali estivi. Nel qual caso si doveva provvedere al disfacimento della catasta (stimognari) , per fare asciugare al sole i covoni. Ultimato il trasporto, la dove non esistevano fabbricati, per prima cosa costruivano un pagliaio (loggia o pagghiaru), all’interno del quale i contadini conservavano,l’acqua,il companatico, mangiavano e riposavano per qualche istante. Subito dopo i covoni, liberati dalle legacci,venivano scomposti ,sparsi nell’aria e rimestati con il tridente per dare modo alle bestie di poter girare più agevolmente. A questo punto cominciava la trebbiatura.

 

Il contadino prendeva i muli,generalmente in numero di due,preferibilmente femmine, andava al centro dell’aia e reggendo le redini con la mano sinistra, con la destra impugnava un frusta (zzotta) che agitata incessantemente, per incitare le bestie a farle girare in tondo, sempre di trotto. Mentre gli animali giravano, gli altri lavoratori con l’ausilio di un tridente di legno (‘a tradenti), accostavano le spighe che fuori uscivano dall’aia o aggiungevano altri mannelli. Dopo molti giri veniva invertito il senso di marcia degli animali. Ogni tanto ci si fermava, per fare riposare le bestie e per dare una rimestata all’aia, questa operazione detta vutata d’aria, consisteva nel portare in superficie la parte ancora da pestare e sotto quella già pestata. Questa operazione di pisatura continuava fino a quando il gano non fosse uscito completamente dalla spiga e la paglia perfettamente sminuzzata dagli zoccoli degli animali. Terminata la fase di battitura, si passava alla fase di separazione del grano dalla paglia, detta spagghiata. Si aspettava che si alzasse il vento più propizio, a volte si attendeva anche parecchi giorni, e con le spalle rivolte verso di esso, si procedeva alla spagliatura. Per primo col tridente si allontanava la paglia in superficie e quindi si cominciava a buttare per aria l’insieme di grano e paglia, che venivano separati dal vento, il grano in quanto mpiù pesante, cadeva ai piedi del contadino, mentre la paglia, più leggera, volava via, formando un cumulo semicircolare ai bordi dell’aia, detta margunata. Quando il tridente non era più in grado di separare la pula dal grano, la si metteva da parte e si proseguiva con la spalatura, che si faceva con una pala di legno (arnese interamente di legno costituito da una specie di piatto largo con la base retta e da un lungo manico) per liberare il grano dalla rimanente pula che cadendo formava una seconda margunata di jusca. Nei giorni successivi si passava quindi alla seconda e alla terza cacciata con altri covoni slegati, fino a quando, ridotti in paglia, si perveniva alla tagliata dell’aia. La pisata era così terminata.

 

L’ultima fase della trebbiatura era la cernita (annittatina), in quanto al termine della spagliata, sull’aia si formava un cumulo di frumento misto a spighe rotte, semi diversi e piccoli fusti di paglia nodosi. Per potere effettuare la cernita, veniva montato un tripode con assi in legno, legati in sommità, al centro, sospeso per mezzo di corde, veniva collocato in un crivello alquanto capiente (crivu d’aria) , oscillando il quale si provvedeva alla separazione del grano dalle impurità, che venivano scartate, tranne le spighe rotte , che venivano schiacciate a parte con un mazzuolo in legno. Il contadino per tutto il periodo della pisata e del trasporto del grano, non lasciava mai incustodita l’aia,neanche di notte,e spesso dormiva in campagna vicino al grano,preparandosi un giaciglio di paglia, su cui stendeva una bisaccia o una tenna ,coprendosi con una cerata (‘ncirata) per difendersi dall’umidità della notte.


TRASPORTO

Finita l’operazione cernita, il frumento veniva insaccato con il tumolo (Tumminu=14 Kg) o con il decalitro (Dicalitru =16 Kg) , veniva versato in sacchi di juta , in ragione di quattro tumoli per sacco, a volte venivano usate delle bisacce di olona (Visazzi). Il grano veniva misurato in salme , ogni salma (sarma) era costituita da sedici tumoli (224 Kg), vale a dire quattro sacchi di quattro tumoli ciascuno. A questo punto si provvedeva al trasporto del grano dalla campagna al paese, che veniva effettuato a dorso degli animali da soma , in ragione di due sacchi per bestia. Il grano così trasportato, veniva immagazzinato, tramite una scaletta in legno, veniva versato dall’alto in grandi contenitori cilindrici , realizzati con un graticcio di canne , detti cannizzi, piazzati in un angolo della casa, mentre nelle case dei contadini più agiati (burgisi), erano disposti nel magazzino (magasenu). Il grano veniva conservato in attesa di essere venduto ai commercianti tramite un intermediario chiamato pinzali e da dove veniva prelevato tramite un’apertura posta in basso del contenitore, circa 50 cm. da terra, chiusa con uno straccio o da uno sportellino in legno. Si facevano diversi viaggi,con i muli,ed il grano si portava a casa e si svuotava o nel magasenu (magazzino)o nel cannizzu (grande recipiente intrecciato di canne, a forma di cilindro, che arrivava fin quasi al soffitto. Serviva per conservarvi il grano, che si prelevava per mezzo di uno sportellino in attesa di essere venduto ai commercianti). Dopo aver trasportato il grano,provvedeva al trasporto della paglia,riempiendo due enormi reti di corda a maglia grande (rituna ), che venivano legati ai due lati dei muli e depositati in paese nella pagliera (paglialora) e che costituiva la riserva di foraggio per gli animali per tutto il periodo invernale, fino in primavera fino a quando non spuntava l’erba verde su cui potere pascere glia animali. Dopo la paglia veniva trasportata con dei contenitori, realizzati con le foglie di palma nana,detti zimmila la pula, la quale veniva usata come combustibile, per alimentare i forni e le fornaci di gesso (carcara).

 

I contadini ,dopo aver immagazzinato il grano,ne mettevano da parte una certa quantità detta mangia, che doveva servire per fare il pane, la pasta,per la semina dell’anno successivo, per pagare il barbiere,il fabbro,il falegname e per lu canciu, ( baratto del grano con altri prodotti non posseduti e bisognevole per la famiglia). La vendita del frumento,assieme a quella delle fave e di altri cereali era l’unica fonte di guadagno e il ricavato doveva servire per l’economia familiare. Grazie a questi risparmi i contadini di Lucca Sicula poterono acquistare terreni :in agro di Palazzo Adriano (Timpirossi,Canala,Mezzicanali,Pitrusa,Pitrusedda,Ciuppardo);in agro di Calamonaci, in agro di Bivona (Balata,Mailla,Tavernola); in agro di Ribera , in agro di Burgio e Villafranca Sicula.

Nell’economia lucchese, non possiamo dimenticare il lavoro faticoso delle donne. Le nostre nonne e mamme erano le prime a svegliarsi e le ultime a coricarsi. Preparavano il companatico per i mariti, li aiutavano nei campi, preparavano il pane, governavano gli animali domestici (galline,conigli,maiali,capre),rammentavano gli abiti,filavano la lana,tessevano il lino,nutrivano ed educavano i figli, ricamavano,preparavano la biancheria per le figlie da maritare, raccoglievano i capelli dal pettine e li conservavano per poi barattarli, conservavano tutti i pezzetti di stoffa che non era più possibile usare per poterle tessere in seguito , cercavano in tutti i modi di non spendere i risparmi della famiglia e spronavano i loro mariti ad acquistare la terra per far star meglio la famiglia.


Si ringraziano sentitamente, per la gentile collaborazione, i Sigg. Danna Luca, Cabibi Antonio, Locascio Rosario, Puccio Calogero, Locascio Liborio, la cui loro memoria storica ci ha fornito un prezioso contributo, che ci ha permesso la ricostruzione di come si coltivava il grano fino alla fine degli anni cinquanta.

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Metiri e Pisari
Quannu lu lavuri si mitiva
Ognunu la ligama priparava
Ca pi ‘nfasciari li gregni sirbiva
Si faciva la ddisa e s’aggruppava.

La ligama a lu suli s’asciucava
Quannu siccava,ammoddu si mittiva
Cussì quannu la gregna s’infasciava
Sennu vagnata mancu si rumpiva.

Tempu d’estati pi la metitura
Mi lu ricordu comu fussi ora
Stanchi di la fatica e la calura
Tanti genti scuravanu fora.

Ognunu si facia n’accampamentu
Pi la matina truvarisi all’antu
P’arricampari tecchia di frummentu
Durmiamu ‘nterra senza aviri scantu.

Nun aviamu mancu na capanna
Jittati ‘nterra c’un pezzu di tenna
Tissuta a manu fatta di la nanna
‘ntrusciavamu la testa cu na benna.

‘Nni purtavamu appressu li gaddini
pi l’ova frischi a purtata di mani
la crapa assicurava spini spini
pi munciri lu latti ‘nta lu pani.


‘Nni scarsiava pani e cumpanaggiu
però c’era cu stava ancora peggiu
si travagliava cu grinta e curaggiu
durmennu picca e cu lu sonnu leggiu.

Prima di l’alba a lustru di luna
La faci ‘mpugnu comu durlintana
Mitennu allegri e cantannu canzuna
Sutta lu friscu di la tramontana.

Po’ s’affacciava lu suli lentamenti
E lu travagliu si facia pisanti
E quannu divintava assai cucenti
Nun c’era forza ‘cchiù pi ghiri avanti.

Li labbra asciutti e arsi di la siti
Li carni di sudura assà vagnati
Si cunsulava cu sucu di viti
Quannu a lu jxascu dava du vasati.

L’acqua tinia dintra la lancedda
Vivennusinni assà, lu corpu ammodda
E pi si fari quarchi cantatedda
Megliu lu vinu ca ‘nta li rini ‘ncodda.

Cu la santa pacenza, lu viddanu
Li jermiti cugliva cu l’ancinu
Tinennu l’ancineddu ‘nta li manu
E la ligama ‘nta lu cinturinu.

Quannu finia d’infasciari gregni
Nun calculannu perditi e guadagni
Li carricava cu precisi ‘mpegni
Cu li muli , c’avia pi cumpagni.

E dintra un’aria, tutti li purtava
Fatta a forma di discu e la dinchiva
Po’ cu li stessi muli li pistava
E di li spichi frummentu nisciva.

Po’ lu lavuri paglia divintava
Li muli, fora l’aria nisciva
Cu la tradenta a lu ventu spagliava
E lu frummentu nettu si vidiva.

Tannu eranu tempi di pitittu
Scarsu di sordi usava barattu
Si pagava in natura ed era scrittu
Quann’è chi si faciva lu cuntrattu.

E lu viddanu prima di la fera
Avia a pagari, firrari e scarpara
Du tummini macari a li varbera
C’ognunu d’iddi lu saccu cì apparava.

Pagava a tutti a via di frummentu
A fini annu chiuiva lu cuntu
L’annati boni ristava cuntentu
Li mali annati nun avia spuntu.

Quannu l’annata arrinisciva tinta
Di la mancia livava la simenta
E sparagnava strincennu la cinta
Mentri la fami si facia violenta.

Sti giovani ca nun vittiru sti cosi
Ci pari tuttu assurdu, quasi quasi
Ora la vita è tutta sciuri e rosi
Ca nenti manca ‘cchiù dintra li casi.

E tutti quanti ‘nni l’ammà agurari
Ca chiddi tempi nun hannu a turnari.

Abbiamo voluto chiudere questa ricerca con una belle poesia di poeta bivonese ,Giuseppe Scilì Bellomo, nato a Bivona il 30/01/1951, figlio di contadini, come lui stesso usa definirsi con orgoglio.

 

Antichi attrezzi contadini

Ancinu e ancineddu

 

Aratu a chiovu

 

Cancedda e quartara

 

Capistru

 

Jughu

 

Fuddaturi

 

Runca